mercoledì 6 maggio 2009

Ju Tarramutu

Riportiamo i pensieri di un nostro concittadino a proposito dell'evento del 6 aprile scorso...

Pe fermamme, ju tarramutu, me tà ccjie 
Kjù fa ju strunzu , kjù ‘ndosto 
Se solo sapesse come se smorza ji farria vedè. 
Tengo solo trovà addò cazzo hanno missu ju bottò 
Se me la spalla la casa, la refaccio. Pure senza sordi, co lle sputazze, ma la refaccio 
Anzi me ne faccio una bassa e co le tavole cuscì vojo vedè proprio come se mette 
Tengo solo la paura che me frega. 
Perché non è che se la pija solo co mmi 
Se la pija co tutti quji che trova. Piccoli e rossi. Pure co ji vecchi che ggià non ne poteano kjù. 
Quji ggià steano stracchi. E non va bbona. No je ne te kjù de tribbolà. 
Ha cciso na frega de quatrani che non c’entreano na mazza. Che manco erano aquilani, ma ja ccisi uguale 
A che servea tutta ssa carneficina lo sa solo jissu 
Po te ta vedè tutta ssa ggente che te guarda e pare che te jice:” ma coma cazzo le sete fatte sse case? Nojiatri le tenemo antisimiche”. 
Pure pe tilivisiò te llo icono. 
Antisimiche ju cazzu che vve frega! 
So kjù de trecento anni che non se sentea manco na scettacata e mo me vengono a ddi che lo sapeano tutti. 
Ma che sapeate? Chi ve ll’era ittu? Che teneamo fa? 
Ji bunker? 
Po me vengono a raccontà che :”Era una scossa di media intensità, 6,3 della scala Richter. Non sarebbero dovute cadere tutte quelle abitazioni! E’ indice di poca attenzione alle regole”. 
Ma dico ji:” Ma addò ju teneate ssu’ misuratore de tarramuti, appiccato co ji prusciutti! Ma se ss’è aperta la terra che appocatro se ‘gnotte tutto” 
Pe piacere! 
Onna l’ha spianata sana sana e Monticchiu, che sta cinquecento metri e che tè le case pure più vecchie sta loco che manco se ne so accorti! 
A mi me ss’è aperto ju cascittu deju bagnu addò tengo ji ferri pe tajamme l’ogna e j sso retroati dentro aju lavandino. 
E ju cascittu era quiju bassu. 
Me ll’ha revodecata tutta la casa. 
A cognatemo, che sta a San Demetrio, no ji se so cascate manco le fotografie sopra aju commò e a Villa Sant’Angelo che sta loco attraverso ha fatto ne frega de morti. 
E’ come tutte le cose: a chi tanto e a chi gnente 
Però è chiara na cosa sola: che non ci capite una beata mazza. 
Ssi strumenti che tenete addopreteje pe facci quacche atra cosa,. Atru che “sabbia nelle costruzioni”. Ha fatto na sorte de botta che appocatro se cascano le stelle no de “media intensità”. 
L’intensità, a certe parti, ci stea tutta quanta. 
Ma se sse so cascati pure gji alberi. 
Stu ggiru è toccato a nojatri ma non è che potete sta tanto pricisi manco vojatri. 
Allora mò se semo mbarati. Semo diventati tutti “esperti in terremotologia applicata”. 
Applicata perché so’ tre mesi che ropp’ju cazzu tutti i jorni e semo fatta pure la classificaziò deju tipu delle scosse. 
Atru che Mercalli e Richter!!!! 
Mo ve la jico: ju tarramutu se reconosce pe quantu trojajo fa 
1. Essiju 
2. Bottarella 
3. Bella botta 
4. Sileppa 
5. Slenghera 
6. Saraga 
7. Petenga 
8. 'ngulallazia 
E quando le sete passate tutte come nojatri ve potete presentà a fa ji esperti 

….. media intensità! Ma jeteaffangulo.

Fulvio Giuliani



4 commenti:

Massimo ha detto...

L'autore esiste!

Si chiama Fulvio Giuliani ed il sito su cui ha scritto questo messaggio è quello del suo paese www.terranera.net

Pubblicatelo in modo ufficiale nel pezzo! Lo merita!

celestina ha detto...

Fulvio Giuliani
www.terranera.net
DEDDOSHI
Le parole sono le stesse per tutti.
E di tutti sono.
Chiunque ne può disporre, in facoltà che, alternandole nei tempi, negli intervalli, negli accenti, produca emozioni ed evochi spiriti al punto da riuscire a trasferire i propri turbamenti e piaceri, reazioni ed indifferenza, rabbie e dolori.
Le parole si conficcano come frecce, esplodono come colpi di fucile, si posano come farfalle.
Entrano ed escono lasciando luce e scie di odori, confermano e cancellano luoghi e persone.
Le parole hanno un peso, quelle dette e quelle taciute. A volte fanno male, ancora più del dolore assoluto. Il silenzio stesso è un'assenza di parola, di suono. Di speranza.
Armi senza prezzo, le parole. L’abilità di sceglierne con eleganza la loro combinazione dà, a chi la governa, un sottile senso di pienezza. Le parole, se ben organizzate, sistemano anche i pensieri. Scrivendo, a volte, si arriva a definire un dubbio o una inquietudine per tanto tempo portata.
Infilare le parole nel giusto verso è un piacere che ognuno dovrebbe sostenere.
L’uso ne è libero ma, per impedire che chi si trovi costretto a leggerle si riempia di malanimo esistono delle regole. Anche queste, studiate, verificate, discusse, riproposte, condivise.
Suono e significato tendono alla melodia.
Ma in mezzo a questa devastazione mancano.
O sono troppe. O, per quanto mi sforzi, non sono mai quelle giuste.
Trovare nuove combinazioni per descrivere un unico pervadente pensiero, un chiuso corrosivo dolore, un irripetibile, immenso stupore per tanta cattiveria, per una così profonda offesa del fato, è una prova impossibile ed inutile.
Capita spesso che, a volte, qualcuno le abbia già trovate per te e leggendole così ben definite, l’una che tira l’altra, che ricompongono il tuo pensiero, chiariscono i tuoi dubbi, definiscono le tue percezioni si trovi anche un po’ di pace.
Sono in fondo a questo scritto.
Chi scrive – almeno io – lo fa per se.
E’ come fumare. Dà piacere solo mentre lo fai. Rileggersi è, spesso, una noia. Più lo fai più modifichi, aggiusti, raffini, cambi il senso e, a volte, anche idea. Ne guadagni forse in chiarezza, ne perdi in emozione.
Questa è una di quelle volte.
Non mi va di raccontare il mio e il vostro dolore con forme nuove, una volta ancora.
Bastano le foto di Gianluca. Belle da far male perché dicono di voi, di noi, della mia gente attraverso occhi perduti e spalle incurvate.
Io lo so che ce la faremo. Avviliti, feriti nel corpo e nell'anima ma non ancora piegati.
Lo so, perché questa cosa finirà. Sarà sempre troppo tardi, ma finirà. Smetterà la pioggia, la neve, questo maledetto topo gigante che ci fa ancora svegliare pieni di paura. E quel giorno ci sarà sempre uno di noi che ricomincerà. Con più silenzi che parole e, nel sorriso, più amarezza che allegria.
Ma ricomincerà.
E lo farà sorridendo.
Questa cosa è data a noi perché noi siamo in condizioni di tenerla. Di vincere la rassegnazione con la rabbia. Se non ce la faremo noi non ce la farà nessuno. Nessuno è così forte e nobile come lo siamo noi in questo maledetto momento.
Quando le luci saranno spente e i guitti che si glorificano della loro sproporzionata e tempestiva generosità se ne saranno finalmente andati, quando le impossibili promesse si saranno infrante sull’immensità del disastro, allora sarà il tempo di essere lucidi e determinati. Ci sarà stato lo sfoggio del meglio e del peggio di ognuno di noi e potremo passare giornate intere a contare i “grazie” che abbiamo distribuito in questi mesi e gli “a buon rendere” che abbiamo pensato e, educatamente, taciuto.
Ogni sasso staccato, ogni crepa nei muri, ogni casa caduta è una ferita, un tentativo della sorte di cancellare i nostri ricordi, il nostro passato, la storia di ognuno di noi. Sono i giorni che abbiamo speso nel fare che qualcuno spietato, scossa dopo scossa, si vuole riprendere.
Ma non gli sarà possibile.
Le pietre, anche se disordinate, ammucchiate, polverose, saranno ancora lì.
Come le parole.
Basterà riprenderle e rimetterle al loro posto.
Una dopo l’altra.
Perché tutto abbia, di nuovo, un significato

The hearth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life
...
FIDDLER JONES – Edgar Lee MASTER – Spoon River Anthology

margo' ha detto...

Grazie per la precisazione Massimo...
volevo inserire il link completo al sito di Terranera ma non ho trovato il pezzo di Fulvio.
A presto

Massimo ha detto...

Ciao Ecco il link. Il messaggio è di qualche mese fa ormai... A questo link lo trovi cerchiato di rosso.

http://www.terranera.net/sezioni/lapiazza/?todo=rlgg&imsg=5055